Precocità, delicatezza, versatilità, libertà, contatto con
la natura, rapporto di affinità non con il mondo ma con la terra sono le
caratteristiche che ho colto nell’opera e forse nella personalità di Exequiel Balut.
Una lunga conversazione serale in una Salta non troppo fredda per esser d’inverno (mentre qui era estate, per il
gioco inverso delle stagioni giù dall’Equatore) mi conferma alcune di queste intuizioni
per bocca dello stesso pittore, che mi descrive un cammino di autodidatta che
ha dello straordinario, dalle prime prove di disegno da ragazzino, alle ferias locali, ad un’arte sempre più
richiesta dai più svariati committenti che devono aver capito che ovunque
tocca, questo piccolo Mida, produce oro. Ma Exequiel è più di questo, più delle
vetrine del Mac (Museo de Arte Contemporaneo) su cui sono comparsi a un certo punto i suoi giganteschi
fiori, e ancor più delle prove iperrealiste realizzate con degli strumenti che
all’iperrealismo non sono familiari (tiza,
gessetti colorati) con esiti tanto effimeri quanto portentosi. Sì, la bellezza
effimera, la bellezza esposta al ciclo della natura, delle stagioni, della
ferialità e delle feste, e perfino alla violenza di un mondo che sembra
derubarla o sfruttarla senza potersene, in fondo, del tutto appropriare, è forse un aspetto
non secondario di questo cammino.
Il dialogo con Exequiel mi sommerge, come
d’altronde volevo, nel suo contesto, nella generazione in dialogo di artisti
versatilissimi che rappresentano quasi le distinte voci di un’unica sinfonia,
quella di questa città, Salta
la linda,
o addirittura
la hermosa, dove da più
di un secolo la straordinaria sintesi tra città e natura, il crocevia che essa
rappresenta nel nord-est argentino, con il suo europeismo e il suo
colonialismo, le radici incaiche e preincaiche e le sovrapposizioni cristiane
danno degli esiti sorprendenti, di una energia linfatica, come se il mastichio
andino delle foglie di coca non avesse lasciato traccia solo sulla bocca dei
tre bambini incas da poco ritrovati ibernati ed esposti ciclicamente al Museo di Archeologia della Montagna che è proprio di fronte al Mac: il confronto è
obbligato, come obbligata è la liberazione, discendere ascendere per le
radici e accendere un dibattito in maniera mai sprecata mai gratuita, mai
banale, con discrezione inappariscente. E allora mi serve la visita al Mac per comprende tutto questo, vedere il palleggio e il rimando tra l’antico e il
moderno, tra l’encestrale e il provocatorio, ma insieme la delicatezza, la
dolcezza che è forse uno dei volti delle divinità delle montagne, e degli
stessi indios: potenti e invisibili. Ripercorrere durante il mio volo
transoceanico la storia degli artisti di Salta, mi fa comprendere su che cosa
si strutturi una fuga che è solo apparente, che resta qui, nella circolarità di
un dialogo, di un ambiente denso di risonanze come la cerchia di queste
montagne. L’artista di Salta non fugge la sua terra ma la approfondisce, la
apre, la assapora come nei culti della Pacha Mama si ferisce il suolo con un
coltello, in una pozzanghera interna a un cortile, per aprire quella via di
contatto, quella ferita che permette di nutrire l’antica madre perché essa
rinnovi il suo dono di vita. Perché anche la terra ha bisogno di essere nutrita
e fecondata, pena il suo inaridimento e la sua morte: il suo oc-cidente.
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| Balut, Inmortales cabalgando anguila gigante sobre el mar negro |
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| Balut, Pachamama con peces |
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