giovedì 8 ottobre 2015

Un artista, una città: Exequiel Balut, Salta, Argentina. Prima parte.





Precocità, delicatezza, versatilità, libertà, contatto con la natura, rapporto di affinità non con il mondo ma con la terra sono le caratteristiche che ho colto nell’opera e forse nella personalità di Exequiel Balut. Una lunga conversazione serale in una Salta non troppo fredda per  esser d’inverno (mentre qui era estate, per il gioco inverso delle stagioni giù dall’Equatore) mi conferma alcune di queste intuizioni per bocca dello stesso pittore, che mi descrive un cammino di autodidatta che ha dello straordinario, dalle prime prove di disegno da ragazzino, alle ferias locali, ad un’arte sempre più richiesta dai più svariati committenti che devono aver capito che ovunque tocca, questo piccolo Mida, produce oro. Ma Exequiel è più di questo, più delle vetrine del Mac (Museo de Arte Contemporaneo)  su cui sono comparsi a un certo punto i suoi giganteschi fiori, e ancor più delle prove iperrealiste realizzate con degli strumenti che all’iperrealismo non sono familiari (tiza, gessetti colorati) con esiti tanto effimeri quanto portentosi. Sì, la bellezza effimera, la bellezza esposta al ciclo della natura, delle stagioni, della ferialità e delle feste, e perfino alla violenza di un mondo che sembra derubarla o sfruttarla senza potersene, in fondo, del tutto appropriare, è forse un aspetto non secondario di questo cammino. 
Il dialogo con Exequiel mi sommerge, come d’altronde volevo, nel suo contesto, nella generazione in dialogo di artisti versatilissimi che rappresentano quasi le distinte voci di un’unica sinfonia, quella di questa città, Salta la linda, o addirittura la hermosa, dove da più di un secolo la straordinaria sintesi tra città e natura, il crocevia che essa rappresenta nel nord-est argentino, con il suo europeismo e il suo colonialismo, le radici incaiche e preincaiche e le sovrapposizioni cristiane danno degli esiti sorprendenti, di una energia linfatica, come se il mastichio andino delle foglie di coca non avesse lasciato traccia solo sulla bocca dei tre bambini incas da poco ritrovati ibernati ed esposti ciclicamente al Museo di Archeologia della Montagna che è proprio di fronte al Mac: il confronto è obbligato, come obbligata è la liberazione, discendere ascendere per le radici e accendere un dibattito in maniera mai sprecata mai gratuita, mai banale, con discrezione inappariscente. E allora mi serve la visita al Mac per comprende tutto questo, vedere il palleggio e il rimando tra l’antico e il moderno, tra l’encestrale e il provocatorio, ma insieme la delicatezza, la dolcezza che è forse uno dei volti delle divinità delle montagne, e degli stessi indios: potenti e invisibili. Ripercorrere durante il mio volo transoceanico la storia degli artisti di Salta, mi fa comprendere su che cosa si strutturi una fuga che è solo apparente, che resta qui, nella circolarità di un dialogo, di un ambiente denso di risonanze come la cerchia di queste montagne. L’artista di Salta non fugge la sua terra ma la approfondisce, la apre, la assapora come nei culti della Pacha Mama si ferisce il suolo con un coltello, in una pozzanghera interna a un cortile, per aprire quella via di contatto, quella ferita che permette di nutrire l’antica madre perché essa rinnovi il suo dono di vita. Perché anche la terra ha bisogno di essere nutrita e fecondata, pena il suo inaridimento e la sua morte: il suo oc-cidente.

Balut, Inmortales cabalgando anguila gigante sobre el mar negro
Balut, Pachamama con peces


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